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Cimentarmi nella rappresentazione della Via Crucis non è mai stato un mio forte desiderio finché, un giorno di molti anni fa, non mi capitò di imbattermi in una bella cappelletta ad edicola, di quelle che si trovano in campagna ai crocicchi di stradine sterrate.
La costruzione era dignitosa, ben tenuta e l’immagine dipinta all’interno molto semplice, quasi di fattura infantile, ma molto spontanea, fresca ed espressiva.
Rappresentava un momento della Via dolorosa e precisamente Maria che accoglie fra le sue braccia il Figlio appena deposto dalla croce… Immagine intensa, piena di umana tenerezza e intensa sofferenza.
Lì nacque in me la voglia di eseguire le tradizionali quattordici immagini che segnano, passo passo, il percorso doloroso verso il Golgota, la passione, la morte e la Resurrezione di nostro Signore.
Pian piano affioravano in me le tantissime immagini delle centinaia di Via Crucis incontrate sulla mia strada, dipinte o scolpite da artisti famosi o da semplici artigiani devoti.
Cominciai a guardarle meglio, in originale o in riproduzione, e in tutte cercavo l’unità stilistica e la coerenza estetica, ma, soprattutto, la loro “nota” caratteristica, cioè l’accento messo dall’artista su qualcosa di unitario e ricorrente in ogni “stazione”. Andavo anch’io cercando quella nota caratteristica che doveva segnare la “mia “Via Crucis…
E alla fine la trovai: ogni immagine doveva essere caratterizzata dalla CROCE, ben in evidenza, come triste compagna fin dalla prima stazione, dove appare preannunciata, alle spalle del Cristo, durante la condanna emessa da Pilato, fino all’ultimo atto, ormai trasformata in luce sfolgorante, segno e simbolo della Resurrezione gloriosa.
E così le 14 stazioni sono connotate da questo segno ricorrente che le caratterizza. Essa assume tutte le direzioni possibili: si abbatte sul fragile corpo di Cristo nelle tre cadute, si allunga lugubre a dividere le donne incontrate per strada dall’uomo dei dolori, si poggia sul dorso di Cireneo sotto lo sguardo stupito di Gesù, si incrocia alle spalle di Maria e Gesù quasi a cementarne l’amore…
Così, se osservate una per una, queste stazioni hanno un segno grafico unificante, ma la loro vera destinazione è quella di essere viste tutte insieme, collocate una accanto all’altra: solo allora si scopre che la croce, pur macabra nel suo pesante colore nero, “danza” negli spazi quadrati delle immagini, in un un divenire misterioso, un movimento segreto, una trasformazione in atto, fino all’epilogo finale che, come ci narrano i Vangeli, culmina nella Resurrezione.
Le immagini sono dipinte a tempera su semplici cartoncini colorati, montate poi su un sostegno di sughero. Sono state donate al Monastero dei monaci benedettini di Dumenza (VA) come piccolo segno di riconoscenza per la loro ospitalità.
Essi la conservano nello spazio antecedente la loro piccola Cappella; più volte al giorno sono accompagnati da queste immagini all’incontro con il loro e il nostro Signore.
Questo è per me motivo di grande gioia.
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